1 Giugno 2026

Training Altisensi: come sta andando?

Featured image for “Training Altisensi: come sta andando?”

Che tipo di silenzio conosci?

È da una domanda così che può iniziare una serata del Training. Non con una definizione da imparare. Non con una risposta giusta da trovare. Ma con uno spazio da esplorare. Il Training nasce proprio da qui: dall’idea che il pensiero creativo non sia un talento riservato a pochi, ma una possibilità presente in ognuno di noi. Una forma mentis che può essere allenata attraverso esperienze condivise, immaginazione, ascolto e gioco.

Viviamo immersi nella complessità, ma spesso la affrontiamo con strumenti rigidi. Abitudini consolidate, paura di sbagliare e necessità di performare rischiano di restringere il nostro sguardo proprio quando avremmo bisogno di ampliare le possibilità. Per questo ogni incontro del Training diventa un laboratorio in cui sperimentare modi diversi di osservare, collegare e immaginare. Ogni serata è costruita come un piccolo viaggio. Parole che diventano immagini, immagini che si trasformano in storie, oggetti quotidiani che assumono significati inattesi. Senza quasi accorgersene, si inizia a guardare la realtà da prospettive diverse.

Durante Silenzi Ribelli – il primo incontro – i partecipanti hanno esplorato il silenzio nelle sue forme più diverse: il più lungo, il più assordante, il più inquietante, il più fragile.

Che animale sarebbe un silenzio?
Partendo da questa domanda, ciascuno ha cercato in casa un oggetto capace di rappresentarlo. Gli oggetti raccolti sono poi diventati creature immaginarie da associare ai diversi tipi di silenzio emersi durante il confronto.
Successivamente l’attenzione si è spostata sulla parola “ribelle”. È diventata frase, immagine, ricordo, scena.
Da qui sono nate ribellioni silenziose raccontate attraverso telegiornali surreali, festival musicali immaginari e performance collettive sospese tra ironia e riflessione. Non importava creare qualcosa di perfetto. Importava sperimentare, lasciarsi sorprendere e costruire insieme.

In Eco Silvestri – il secondo incontro – il gruppo si è immerso in un paesaggio immaginario fatto di foglie, echi e animali del bosco.
Partendo da una camminata metaforica tra immagini e suggestioni naturali, i partecipanti hanno esplorato il significato dell’eco e raccolto impressioni, associazioni e intuizioni. Le foglie portate da ciascuno sono diventate oggetti da osservare, classificare e reinterpretare. Poi è accaduto qualcosa di inatteso.
Quelle stesse foglie si sono trasformate in strumenti musicali appartenenti a creature fantastiche del bosco. Ogni partecipante ha immaginato chi avrebbe suonato il proprio strumento, quale suono avrebbe prodotto, quando sarebbe stato utilizzato e per chi.
Sono nate così piccole band silvestri composte da animali fantastici e concerti inaspettati costruiti attraverso materiali semplici e molta immaginazione. Anche qui il punto non era arrivare a un risultato corretto, ma allenare la capacità di generare possibilità, collegare idee e stare dentro l’incertezza senza bloccarla immediatamente.

Durante Tessiture Oniriche – terzo incontro – il punto di partenza è stato il sogno.
Attraverso cinque oggetti apparentemente inutili trovati in casa e del semplice filo, ogni partecipante ha provato a dare forma al percorso intricato di un proprio sogno: deviazioni, nodi, connessioni, immagini difficili da spiegare a parole.
Da queste composizioni sono poi nati titoli e sottotitoli che, una volta mescolati tra loro, si sono trasformati nel punto di partenza per creare film inesistenti, locandine, atmosfere e narrazioni completamente nuove.

Il quarto appuntamento, Sussurri Nascosti, ha portato l’esplorazione su un piano ancora più sottile. Nei giorni precedenti all’incontro ciascuno è stato invitato a prestare attenzione a un sussurro delicato e a un sussurro invitante: non necessariamente una voce, ma qualsiasi dettaglio, sensazione o presenza capace di attirare l’attenzione in modo quasi impercettibile. Durante la serata questi sussurri sono stati osservati da prospettive diverse, trasformandosi in colori, forme, materiali, profumi, animali e parole. L’attività conclusiva ha poi raccolto tutte queste suggestioni in una creazione collettiva: una poesia con un sottotitolo comune, Ciò che non si vede ma si percepisce, costruita in modo tale da lasciare intuire un titolo nascosto senza mai dichiararlo apertamente. Ancora una volta non si trattava di trovare la risposta migliore, ma di moltiplicare le possibilità.

Cosa ho tratto da questa esperienza?

Guardando il percorso nel suo insieme, ciò che colpisce non è soltanto la natura delle attività proposte, ma il modo in cui cambia il rapporto con esse. All’inizio viene spontaneo cercare di capire cosa si sta facendo, quale sia la risposta più efficace o il risultato atteso. Poi, incontro dopo incontro, l’attenzione si sposta. Ci si accorge che il valore dell’esperienza non sta tanto nell’arrivare a una soluzione, quanto nel percorso che porta a costruirla: nelle associazioni che emergono, nelle idee degli altri che modificano le nostre, nelle connessioni che nascono dove inizialmente sembrava non esserci nulla da collegare.

Una delle cose che mi ha colpito di più è stata la presenza, in alcuni incontri, di una bambina. Mi sono ritrovata spesso a osservare con stupore la facilità con cui riusciva a produrre immagini, nessi e interpretazioni che agli adulti richiedevano molto più tempo. Mentre noi cercavamo di capire come svolgere un’attività o quale direzione prendere, lei sembrava muoversi con naturalezza.

Ma non è stata soltanto la sua spontaneità a sorprendermi. In generale, durante gli incontri, mi sono accorta di quanto sia facile dare per scontato il nostro modo di guardare le cose. Spesso partivamo tutti dallo stesso stimolo – una foglia, un silenzio, un sogno, un oggetto qualunque – eppure ciò che emergeva era completamente diverso da persona a persona. Quello che ai miei occhi appariva ovvio o quasi inevitabile, nella mente di qualcun altro poteva trasformarsi in qualcosa di totalmente inaspettato.

È stato interessante rendersi conto di quanto la realtà che percepiamo non sia mai una sola. Ogni persona aggiunge sfumature e significati che gli altri non avevano visto. E spesso sono proprio queste differenze a rendere più ricca l’esperienza collettiva.

In quei momenti mi sono chiesta se, in fondo, il pensiero divergente non sia qualcosa che possediamo tutti all’inizio e che, crescendo, impariamo gradualmente a limitare. Forse il training non serve tanto a insegnare la creatività, quanto a riavvicinarci a una modalità di pensiero che abbiamo sempre avuto, ma che con il tempo abbiamo filtrato e corretto. Con il passare degli incontri mi sono accorta che il punto era proprio questo.
Non era necessario capire subito. Non era necessario trovare l’idea più originale o la soluzione più efficace. Molto spesso bastava restare dentro il processo. Accettare connessioni improbabili.

Lasciarsi sorprendere dalle interpretazioni degli altri. Sospendere, almeno per un momento, il bisogno di valutare continuamente ciò che è giusto, utile o sensato. Non posso dire di aver trovato in questo percorso con risposte definitive. Mi porto però una consapevolezza diversa: la creatività non coincide necessariamente con l’originalità, ma con la disponibilità a osservare le cose da prospettive nuove e ad accogliere possibilità che inizialmente sembrano lontane.

Non vedo l’ora delle ultime due puntate, Vortici Aromatici il 10 e il Scintille Nomadi il 23 giugno, sempre online alle 20.30!