8 Luglio 2026

Ci sono estati che passano veloci. E poi ci sono estati che aprono varchi.
Per tre settimane dal 9 al 26 giugno gli spazi dell’Istituto Maria Consolatrice di via Ampezzo a Milano si sono trasformati con Altisensi in una specie di laboratorio volante: un luogo in cui le idee potevano prendere forme impreviste, le domande restare aperte e la creatività allenarsi come un muscolo vivo.

Ogni giorno i bambini, divisi in gruppi, hanno attraversato mondi diversi attraverso laboratori artistici, narrativi, musicali, corporei e sensoriali. Hanno inventato scuole ideali e paesi nascosti dentro i materassi.
Hanno costruito portali verso universi sconosciuti, immaginato vermi sfortunati da aiutare, creato amici immaginari, poltiglie misteriose e creature impossibili nate da errori, intuizioni o semplici linee parallele.

Abbiamo giocato con il pensiero divergente come si gioca con una torcia in una stanza buia: illuminando angoli nuovi, ribaltando prospettive, cercando possibilità. Un pinguino è comparso nel deserto. Un’isola deserta è diventata una palestra di invenzioni. Una litigata si è trasformata in mille modi diversi di fare pace. Persino il silenzio è diventato qualcosa da ascoltare davvero.
I bambini hanno osservato foglie vere per inventare botaniche mai esistite, guardato il mondo al microscopio come piccoli esploratori, cercato forme nascoste dentro apparenti caos di colori, costruito memory, leporelli, strumenti musicali, ricette di scintille e campionari emotivi.
E poi la musica. Ritmi, body percussion, onde sonore, clapping games, canti in lingue diverse, movimenti condivisi. Perché a volte il pensiero passa dalle mani, dai piedi, dal battito di un gruppo che prova a stare insieme nello stesso tempo. E succede qualcosa di bellissimo: ci si muove come un tutto senza smettere di essere se stessi.
Durante il Camp abbiamo lavorato molto anche sulle emozioni, sul linguaggio e sulla relazione. Abbiamo ampliato vocabolari emotivi, dato forma alle paure con plastilina e colori, raccontato ciò che si ha dentro senza usare soltanto le parole. Ci siamo chiesti che forma abbia un pensiero, cosa resta per sempre, come cambia uno sguardo quando prova a guardare “altro”.


L’inglese ha attraversato molte attività in modo naturale, intrecciandosi a storie, giochi, letture e dialoghi. Non come una materia da imparare, ma come una porta in più da attraversare.
Quello che ci portiamo via da queste settimane non sono soltanto elaborati, costruzioni o attività concluse.
Sono i momenti in cui qualcuno ha detto: “Aspetta… e se fosse così?”.
I momenti in cui un’idea ha acceso un’altra idea.
I momenti in cui bambini diversi hanno scoperto di poter costruire qualcosa insieme senza dover pensare tutti allo stesso modo.


Perché la creatività, alla fine, non è fare “lavoretti”.
È allenarsi a vedere possibilità.
È imparare che le domande possono essere bellissime anche quando non hanno una risposta sola.
È scoprire che dentro ogni bambino esiste un modo unico di guardare il mondo.

E forse il Camp è stato proprio questo:
un posto in cui quello sguardo ha trovato spazio per respirare.









Devi effettuare l'accesso per postare un commento.