1 Luglio 2026

Ci sono luoghi che sembrano custodire un tempo diverso.
Luoghi in cui le persone non abitano semplicemente uno spazio, ma un’intenzione condivisa.
La Fondazione Sant’Angelo di Loverciano, a Castel San Pietro, in Svizzera, è uno di questi luoghi.
Siamo arrivati a Loverciano per accompagnare una giornata di formazione sul pensiero divergente rivolta a tutte le figure che animano la vita della scuola: direttivo, amministrazione, educatori, insegnanti, logopedisti, giardinieri, cuochi, allevatori, agricoltori, responsabili di sala, autisti, vegliatori, suore, ragazzi in formazione. Una comunità intera!

E già questo ci è sembrato significativo.
Perché raramente oggi si sceglie di creare uno spazio comune tra persone con ruoli, linguaggi, competenze ed esperienze così differenti. Eppure è proprio lì, spesso, che accade qualcosa di importante: quando le differenze smettono di essere compartimenti separati e iniziano a diventare possibilità di dialogo.
Loverciano ci ha sorpreso fin dal primo sguardo.
È una realtà difficile da raccontare con le categorie a cui siamo abituati. Una “scuola speciale” che accoglie e forma bambini e ragazzi con bisogni educativi speciali, dalla primaria alle superiori, offrendo per alcuni anche una dimensione di casa famiglia. Ma definire Loverciano solo una scuola sarebbe riduttivo.
A Loverciano si respira casa.
Si respira accoglienza.
Si respira bellezza.
La struttura è l’antica villa dei conti Turconi di Loverciano: pareti alte, soffitti a cassettone, scalinate in pietra, oltre trecento dipinti della scuola basilese dal 1850 al 2000, sculture disseminate negli spazi comuni. Fuori, giardini di erbe aromatiche, colline coltivate, alberi da frutto, filari di vite, serre con ortaggi e una fattoria viva con mucche, maiali, galline e conigli. E ancora una piccola bottega aperta al territorio, dove i prodotti della terra diventano incontro.
Ma la bellezza più grande non era nei luoghi.
Era nel modo in cui le persone li abitavano.
In ogni gesto si percepiva una direzione comune: accompagnare ragazzi spesso fragili, a rischio di abbandono scolastico o provenienti da percorsi educativi complessi, verso la possibilità concreta di trovare il proprio posto nel mondo e nel lavoro.
Quando la direttrice della Fondazione ci ha chiesto di costruire una formazione sul pensiero divergente capace di coinvolgere tutte le persone della comunità, ci è sembrata una sfida enorme.
Come creare uno spazio significativo per persone così diverse?
Come permettere a tutti di sentirsi parte della stessa ricerca.
Abbiamo trascorso insieme un’intera giornata, dalle nove del mattino fino al tardo pomeriggio. E ancora una volta è accaduto qualcosa che continuiamo a osservare con stupore: la creatività, quando viene vissuta come esperienza condivisa e non come performance, diventa un linguaggio capace di attraversare ruoli, età e biografie.
Siamo partiti da domande aperte.
Prima semplici. Poi sempre più profonde.


Abbiamo chiesto ai partecipanti di sostare nella domanda, di rispondere individualmente, poi a coppie, poi in piccoli gruppi. E lentamente le persone hanno iniziato a mostrarsi. A raccontarsi. A ridere. A sostenersi a vicenda. A scoprire prospettive che forse, nella quotidianità, non avevano mai avuto occasione di incontrarsi davvero.
Nel laboratorio del pomeriggio abbiamo lanciato una sfida insolita: essere più creativi della natura.
I partecipanti hanno immaginato e costruito, utilizzando materiali di scarto e oggetti inaspettati, piante dall’etologia impossibile, ispirate all’atlante di Botanica Poetica del botanico Francis Hallé. Sono nate creature vegetali capaci di cambiare umore con il clima, di comunicare attraverso il profumo, di proteggere chi si sente solo, di orientarsi verso le emozioni invece che verso la luce.
Ed è stato bellissimo osservare come, in quel processo, le differenze tra professioni, età e competenze si dissolvessero.
Non c’era più il ruolo.
C’era il contributo unico di ciascuno.




Le piante realizzate sono poi diventate racconti, interviste, breaking news, canzoni improvvisate: forme narrative che hanno spinto i partecipanti fuori dalla zona di comfort, trasformando la presentazione in un vero atto creativo condiviso.
Forse è anche questo il cuore del pensiero divergente: creare condizioni in cui le persone possano sentirsi autorizzate a partecipare con autenticità, senza dover aderire a una forma prestabilita.
Siamo ripartiti da Loverciano con la sensazione di aver incontrato una comunità rara.
Una realtà che ricorda quanto educare non significhi soltanto trasmettere competenze, ma costruire contesti in cui ogni persona possa sentirsi vista, accolta e accompagnata nel diventare sé stessa.
E forse, oggi più che mai, abbiamo bisogno proprio di luoghi così.







Devi effettuare l'accesso per postare un commento.